Vangelo in briciole
3 maggio 2020

IV DOMENICA DI PASQUA

Dal Vangelo secondo Giovanni
In quel tempo, Gesù disse: «In verità, in verità io vi dico: chi non entra nel recinto delle pecore dalla porta, ma vi sale da un’altra parte, è un ladro e un brigante. Chi invece entra dalla porta, è pastore delle pecore. Il guardiano gli apre e le pecore ascoltano la sua voce: egli chiama le sue pecore, ciascuna per nome, e le conduce fuori. E quando ha spinto fuori tutte le sue pecore, cammina davanti a esse, e le pecore lo seguono perché conoscono la sua voce. Un estraneo invece non lo seguiranno, ma fuggiranno via da lui, perché non conoscono la voce degli estranei». Gesù disse loro questa similitudine, ma essi non capirono di che cosa parlava loro. Allora Gesù disse loro di nuovo: «In verità, in verità io vi dico: io sono la porta delle pecore. Tutti coloro che sono venuti prima di me, sono ladri e briganti; ma le pecore non li hanno ascoltati. Io sono la porta: se uno entra attraverso di me, sarà salvato; entrerà e uscirà e troverà pascolo. Il ladro non viene se non per rubare, uccidere e distruggere; io sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza».

Dopo aver letto con sapienza e in preghiera il brano di Giovanni non possiamo non andare con il pensiero grato all’evento della Pasqua dove misteriosamente Cristo dà inizio all’avventura di tante e tanti che affascinati da Lui Crocifisso e Risorto hanno iniziato un percorso nuovo di vita con la sua guida. Non più falsi pastori, ma solo Lui luce, via sicura. “Io sono la luce del mondo chi segue me, non camminerà nelle tenebre ma avrà la luce della vita” (Gv 8, 12). Già la sua vita è vista dalle Scritture come luce: “Il popolo che camminava nelle tenebre, ha visto una grande luce” (Is 9, 1). S. Giovanni contempla tutto il mistero di Cristo come luce: “Veniva nel mondo la luce vera, quella che illumina ogni uomo” (Gv 1, 4). Questa luce rimanda alla prima pagina della Bibbia e cioè alla la creazione. “Sia la luce e la luce fu” (Gn 1, 3). Cristo è per il mondo, per la storia, per ogni persona il senso del vivere, la guida, il pastore, il testimone della luce di Dio. Tutta la vita terrena del Signore, fatta di parole e di opere, è la rivelazione del suo mistero nei confronti dell’uomo e del creato: “Io sono la luce”, cioè il senso, la guida, la strada sicura, la vita. In questa prospettiva cerchiamo di meditare sul brano che ci offre la Chiesa. Siamo nel tempo di Pasqua, anzi siamo nella Pasqua che viviamo liturgicamente in 50 giorni, come se fosse un giorno solo. Per questo mi sono soffermato un po’ sulla luce, caratteristica della risurrezione di Cristo, della sua vittoria sulla morte e caratteristica anche dei battezzati chiamati, perché innestati in Cristo “illuminati”. Il pastore di cui parla il Vangelo, o meglio, Gesù che si definisce “bel pastore” necessariamente ci riporta a quel suo dono di vita espresso dall’alto della croce quando offre, si offre e grida: “Tutto è compiuto” (Gv 19, 30). Ha de-posto la propria vita per l’umanità, desiderosa e alla ricerca di riconciliazione, di pace, di senso nel suo cammino verso la pienezza, che il “seno” di Dio, il suo cuore di padre. Gesù affermerà: “Io sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza” (Gv 10, 10). La sua bontà non è un valore morale, ma relazionale e consiste nell’offerta di sè divenendo guida sicura. Per questo è pastore bello, ma di una bellezza non estetica, ma antropologica, relazionale, esistenziale: “Chi segue me non camminerà nelle tenebre, ma avrà la luce della vita” (Gv 8,12). La motivazione che Cristo dà nel definirsi “Buon pastore” non è nella esaltazione delle sue virtù, quanto nell’offerta di se stesso. La bontà di Cristo non sta nelle parole quanto nel darsi: questa è la parola che siamo chiamati ad ascoltare: accoglierla a tal punto da divenire una sola cosa con Lui, come Lui è una sola cosa con il Padre. Da qui la preghiera che rivolge al Padre: “…che tutti siano una sola cosa come tu Padre sei in me e io in te, siano anch’essi in noi perché il mondo creda” (Gv 17, 20). Gesù usa il verbo ascoltare che non è una funzione dell’orecchio, ma del cuore. Il discepolo fa parte del gregge perché vive la dimensione dell’ascolto. Già l’Antico Testamento mette in bocca a Jhavè l’imperativo “Shemà Israele”: ascolta; vivi una relazione. E i profeti addirittura coniano il verbo della sponsalità per indicare il mistero dell’unione che si realizza tra Dio e il suo popolo. L’ascolto indica e realizza una unione, una relazione d’amore, che è conoscenza profonda, una vera relazione sponsale. Il profeta Isaia afferma che Dio ama il suo popolo con la stessa passione dello sposo per la sposa. Questo afferma il profeta Osea nei capitoli 1-2. L’ascolto delle pecore, dice Giovanni nel brano di questa domenica è un intreccio di passione, parola rivolta, avventura di comunione: “cammina innanzi a loro, e le pecore lo seguono, perché conoscono la sua voce”. È un intreccio di parola-ascolto che è indice di una  Sponsalità  bella, feconda, che va oltre il tempo. Il rapporto tra Cristo e la Chiesa: cioè tra Lui e tutti noi non è in termini di subalternità, ma di misteriosa coniugalità. Il rapporto tra lo sposo Cristo e la comunità dei discepoli suoi nella storia è vista proprio nella tematica dell’alleanza nuziale. È Chiesa, fa parte della Chiesa, chi entra nella dimensione dell’appartenenza a Lui, che si realizza con l’ascolto. San Paolo ricorre al rapporto tra Cristo e la comunità dei discepoli in termini particolarmente unitivi: “Provo per voi una specie di gelosia divina, avendo ripromessi ad un unico sposo, per presentarvi quale vergine casta a Cristo” (2 Cor 11, 2). Per cui la comunità dei discepoli, e il Signore ci permetta di considerarci tali, è chiamata “nuova Eva” che insieme allo sposo accolto, ascoltato nel profondo, e quindi amato, è il mistero anticipato di ciò che saremo: Dio sarà tutto in tutti (cfr. 1 Cor 15,28). L’unità dei cristiani non è frutto di buona volontà, ma è l’espressione di questo mistero di amore che li lega come sposa a Cristo sposo che vive nell’ascolto costante di Lui. Questa è la testimonianza  di Dio più bella per noi cristiani nei confronti del mondo: “Dio è veramente è tra voi!” (cfr. I Corinzi 14, 25). L’ascolto del Pastore rende la comunità luogo di unità, di pace, di amore: recinto bello delle pecore innamorate del pastore bello. Una comunità non egoista, chiusa, ma proprio perché innamorata del Cristo , suo sposo, si vede madre di una moltitudine di figli: “ Io sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza”.  Perché dopo tanti secoli, in questi nostri giorni, la comunità di Cristo in tanti suoi figli è quasi arteriosclerotica, incapace di memoria delle grandi opere del suo bel pastore? Perché siamo stati così abili da renderla, per tanti, quasi inutile? Forse manca l’ascolto del pastore; il desiderio di infinito, di amore che è il si dell’appartenenza felice? Accogliamo il grido di Gesù: “Ho sete” (Gv 19,28). Rispondiamogli: “Signore, da chi andremo? Tu  hai parole di vita eterna” (Gv 6,68). Preghiamo il ritornello del Salmo 22: “Il Signore è il mio pastore: non manco di nulla”.

 Don Pierino